giovedì 29 ottobre 2015

Il gufo che veglia su di noi.

di Andrea Panarotto.

Dopo aver sentito alcuni miei compaesani impauriti causa l'arrivo del Gufo scacciapiccioni (e del suo bubolare) sopra il campanile di San Macario, credendo fosse vero, ho voluto disegnare una vignetta, ironica, per riderci su.


sabato 24 ottobre 2015

Letture per il fine settimana.

di Primula Rossa.


Come di consueto, per un buon fine settimana, vi consiglio alcune letture che mi stanno a cuore. Ecco a voi:

"Partigia". Una storia della Resistenza
di Luzzatto Sergio, Ed. Mondadori.
I "partigia" erano - secondo un modo di dire piemontese - i combattenti della Resistenza spregiudicati nell'uso nelle armi: decisi, e svelti di mano. A loro Primo Levi ha intitolato una poesia del 1981. Narratore formidabile, Levi ha steso però un velo di silenzio sulle settimane da lui trascorse come ribelle nella valle d'Aosta dell'autunno 1943, prima della cattura e della deportazione ad Auschwitz. Non ha alluso che di sfuggita a un "segreto brutto". Scavando in quel segreto, e allargando lo sguardo dalla valle d'Aosta all'Italia del Nord-Ovest Sergio Luzzatto racconta - attraverso una storia della Resistenza - la storia della Resistenza. Il dilemma della scelta, quale si pose dopo l'8 settembre ai giovani di una nazione allo sbando. L'amalgama di passioni e di ragioni dei refrattari all'ordine nazifascista. Il problema della legittimità e della moralità della violenza. Luzzatto restituisce figure vere, non santini della Resistenza o mostri di Salò. Eppure i protagonisti di "Partigia" si rivelano essi stessi, a loro modo, figure esemplari. E personaggi memorabili. Così un partigiano come Mario Pelizzari, l'"Alimiro" che da Ivrea combatté una personalissima sua guerra contro il male nazifascista. Così un collaborazionista come Edilio Cagni, la spia che tradì la banda di Levi prima di diventare, dopo la Liberazione, informatore degli americani.


I ventitré giorni della città di Alba
di Beppe Fenoglio, Ed. Einaudi
"I ventitré giorni della città di Alba', rievocanti episodi partigiani o l'inquietudine dei giovani nel dopoguerra, sono racconti pieni di fatti, con una evidenza cinematografica, con una penetrazione psicologica tutta oggettiva e rivelano un temperamento di narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile, asciutto ed esatto." (Italo Calvino)



Partigiane. Le donne della Resistenza
di Addis Saba Marina, Ed. Ugo Mursia
Vincitore della seconda edizione del Premio Barbara Fabiani per la storia sociale.


Un matrimonio, un funerale, per non parlar del gatto.

di Francesco Guccini, Ed. Mondadori

In uscita il prossimo Novembre. Da dietro il crinale della collina si vede arrivare il piccolo corteo, preceduto dal suonatore di fisarmonica e dal mescitore di vino... Lo sposo e la sposa sono in cammino dall'alba, raggiungeranno la chiesa non proprio freschissimi e poi, dopo la cerimonia, riprenderanno la strada insieme agli altri, di nuovo per mulattiere, pronti a godersi un pranzo e una cena con l'appetito rinvigorito dalla scarpinata. Un matrimonio oggi inimmaginabile, che era perfettamente normale quando il piccolo Francesco Guccini vi prendeva parte, portando in dono agli sposi... uno spazzolino da denti! E ancora: il funerale del mitico Gigi dell'Orbo, il sarto sempre ubriaco, il tenore lirico appassionato di ciclismo, la contadina poetessa, l'uomo che era convinto di dover reggere il cielo e tante altre "istantanee", colme di ironia e appena velate di malinconia, di un tempo andato che non ritornerà.

Un fraterno saluto.

mercoledì 21 ottobre 2015

2058. Terra d’occidente. Tempo d’abbandono.

di brancolonelbuio.


Nel tempo dei re, dei miti, degli imperatori non era concesso dedicare tempo all’abbandono se non si era riconosciuti ed indicati dal potere. Rari i casi di bastian contrari, spesso finiti ai ceppi o sotto le trame della tortura. Non tutte le terre seguivano l’appropriarsi del sé.
Meglio sarebbe tirare una linea di demarcazione fra un prima in accelerazione verso la coscienza della libertà ed un dopo in cui si spegne il sogno in secula seculorum. Oh certo regole brute accompagnavano alla rupe Tarpea, all’impalazione, allo scuoiamento, al seppellire vivi i servitori, congiure all’ordine del giorno, ma il tempo antico camminava verso la libertà della civitas. 
Il Senato aveva voce, giustizia sommaria allo stile dei Proci infilzati, ma chiare le redini conducevano l’orientamento. 
E brusco il cammino fu interrotto. Le orde, innocenti, travolsero il progresso. Vennero distrutti secoli di pensiero, a ferro e fuoco il ragionamento, perso il tentativo. 
E venne il buio dell’età di mezzo, un tempo lungo d’imbarbarimento. Un tempo in cui il potere tesseva ragnatela che ancor oggi mena gloria. Tutto ribaltato, persi gli insegnamenti di Socrate e Platone, e quel progetto grande di chi fu Crocefisso. 
Tempo buio, senza storia, se solo di leggende si alimenta. Tempo buio di deserto e silenzi urlati nella negazione dell’essere vivente. 
Tempo buio di strategia sopraffina, l’invenzione del sangue blu e della sua Regina, della linea discendente, delle caste e dopo niente. 
Tempo buio di tranelli, di inganni, di radici che diventano divine e che uccidono il pensiero. Nessuno poteva permettersi il lusso di pensare, di scrutare lo stellato, di proporre alternativa. 
Di Galilei sappiamo tutti. 
Non eran tempi d’abbandono, c’era spazio solo per sopravvivere ad una vita infame, gettata alle ortiche, una vita da suicidio di massa perchè senza speranza, negata è ogni via di fuga. C’era tempo e forza appena per sfamare la famiglia e arricchire il vassallo. Un disastro della mente che durò mille e più anni. 
E’ vero l’arte prosperò, e seguirono le cattedrali gotiche innalzate al cielo, Dio solo sa come e a che prezzo, Leonardo e Michelangelo Giganti, il poeta d’Albione e quello di Toscana sovrani, Newton e Beethoven disegnavano armonie dell’universo e Mozart le trasportò all’eterno. 
Oh! focolai di tentativi fiammeggiarono ovunque, in autospegnimento e nel ritorno della restaurazione in costante peggioramento. 
Nulla valse il Capitale, fu tradotto da un’oligarchia ignorante. 
Non c’era ancora tempo per pensare. Lavorare, dormire, filiare, morire…non pensare tu che stai alla base. Anche gli intellettuali han fatto danni, con linguaggio complicato a parlare di operai a cui non avevano mai stretto le mani (quasi mai). 
E’ recente la conquista del tempo per pensare, per staccare, per sognare, finalmente per comunicare…non è ancora a punto l’organizzazione del superorganismo-umano, ma continua a camminare. 
Non più terre d’occidente, terre confinanti, limitrofe li a portata di un click: la conoscenza nel confronto, nel racconto. 
E’ qui in questi spazi webiani che sta arrivando il tempo d’abbandono, il tuo tempo che riempi di emozioni, sentimenti, vibrazioni, che comunica ad un livello così profondo, scavi e trovi te stesso nell’incontro con gli altri. Questo è il tempo di abbandonarsi, senza paure. E’ il tempo della scoperta, dell’abbandono delle false verità, delle infrastrutture ingannevolmente create. E’ il tempo di riprendere le pensate di millenni fa, ed accorgersi che è vero Panta Rei ma scorre verso Qualcosa d’Immenso. Teorie del Caos, affascinanti, Entropia non si discute, sostenute dalle scienze. 
Non sta nell’Ordine la ricerca, ma proprio nel seguire la Natura. Il pensiero che si blocca, che non crea, si marmorizza in un Ordine indirizzato dal regnante. Il pensiero che libera, spingendo fuori di sé stesso miliardi di cellule che si scontrano (S) ad aumentare l’Energia: è l’abbandono. 
L’unica possibilità: abbandonarsi subito.


Queste da cui scrivo, da cui leggete, sono Terre d’abbandono, è tempo di lasciarSi.

martedì 20 ottobre 2015

La Ninna Nanna del Partito Democratico.

di Primula Rossa.




"E' il caso di dare una risposta all'articolo sul nuovo direttivo del PD locale?" 

si chiedeva dubbioso Primula Rossa.

"Se seguiranno quello nazionale la partita è già persa in partenza. Ma ho la testa dura e vorrei illudermi invece, localmente avranno il coraggio di cambiare rotta, liberi da lacci politici di ogni genere?" 

"..e il PD è ancora un partito di sinistra?" 

si chiedeva sconsolato.

"Però ci sono ancora persone che votavano a sinistra e come mai non fanno sentire più la loro voce?" 

tanti pensieri nella testa di Primula Rossa, tante domande a cui dare una risposta.

venerdì 16 ottobre 2015

Letture per il fine settimana

di Primula Rossa.


Buongiorno a tutti i lettori del nostro blog. Prima di augurarvi un buon fine settimana volevo consigliarvi alcune letture sulla vera e sana politica, oramai passata, e sulla nostra cara Resistenza.
Ecco qui, per voi, qualche titolo che mi sta a cuore:

Un'odissea partigiana
di Mimmo Franzinelli, Nicola Graziano. Ed. Feltrinelli.
A ridosso della Liberazione la magistratura processa centinaia di ex partigiani, accusati di gravi reati commessi durante la lotta clandestina e nell’immediato dopoguerra. Sono perlopiù imputazioni relative a casi di “giustizia sommaria” contro persone sospettate di spionaggio, coinvolte nell’apparato repressivo fascista o comunque invise ai patrioti. Per diverse decine di imputati la strategia difensiva – impostata da Lelio Basso, Umberto Terracini e da altri avvocati di sinistra – punta a mitigare le pene mediante il riconoscimento della seminfermità mentale. Quando poi, dall’estate del 1946, l’amnistia Togliatti apre le porte alla grande massa dei fascisti condannati o in attesa di giudizio, anche i partigiani beneficiano del provvedimento, dal quale è tuttavia esclusa la detenzione manicomiale. 
Ex partigiani perfettamente sani di mente devono dunque adattarsi alla detenzione in strutture dove gli internati non hanno diritti e sono sottoposti a quotidiane vessazioni. All’esterno le famiglie, i comitati di solidarietà democratica e singoli militanti cercano – con esiti alterni – di mantenere i rapporti con i parenti o i compagni di militanza politica. In alcuni casi la macchina manicomiale mina la salute mentale degli ex partigiani e li porta alla tomba anzitempo. Tornano finalmente alla luce – dai documenti inediti custoditi all’Opg di Aversa, dove i partigiani internati furono aiutati dal giovane attivista comunista Angelo Jacazzi – oscure vicende della lotta di liberazione e della guerra civile, affrontate dalla magistratura (passata indenne dal regime fascista a quello democratico) con estrema severità e quindi coperte dal velo dell’oblio, e si ripercorrono problematici itinerari individuali dentro le carceri e i manicomi, nell’Italia della Guerra fredda. Quella dei partigiani in manicomio era rimasta una pagina sconosciuta della storia italiana nel secondo dopoguerra, fino a oggi.
“Amnistie e indulti aprono le porte alla massa dei fascisti, a quelli già condannati come ai tanti in attesa di giudizio; anche molti resistenti beneficiano del provvedimento, che tuttavia esclude la detenzione manicomiale. Negli anni cinquanta, i ‘pazzi per la libertà’ sono pertanto rinchiusi in strutture opprimenti, privati di diritti e sottoposti a ordinarie vessazioni.”

Io, partigiana. La mia Resistenza.

di Lidia Menapace. Ed.Manni.
Lidia Menapace è nata nel 1924 a Novara, vive a Bolzano. Staffetta partigiana, senatrice della Repubblica italiana, pacifista e femminista militante, in questo libro racconta la sua esperienza nella Resistenza attraverso i grandi eventi storici e gli episodi di eroismo personale e collettivo. La tessera del pane e i bombardamenti, la solidarietà tra famiglie e le fughe in bicicletta, la distribuzione dei giornali clandestini e la paura dei posti di blocco dei nazifascisti, la consegna dei messaggi in codice imparati a memoria, l'aiuto prestato a un giovane ebreo nella fuga in Svizzera, i libri sui sindacati letti di nascosto, lo studio al lume di candela durante il coprifuoco... E poi, la presa di coscienza graduale del valore politico della Resistenza, che ha posto le fondamenta teoriche e pratiche del progetto di una società solidale e partecipata il quale, se trovò un seguito forte nella Costituzione, fu poi tradito nella storia reale dell'Italia. Ma, come le scriveva in un bigliettino il generale Alexander, comandante delle forze alleate, "Lidia resisté"; e la Menapace continua ancora oggi a combattere. Una fondamentale testimonianza, storica e coinvolgente, corredata da schede di approfondimento che guidano nella lettura anche un pubblico di giovani.
Io, partigiano senza medaglie. 
La Resistenza fra il novarese, la Valsesia e la Val d'Ossola.
di Pippo Platinetti. Ed. Emme Effe.
Un fitto percorso narrativo costellato da scontri armati lungo le rotabili del novarese e nei centri montani della Valsesia e dell'Ossola, senza mai un attimo di respiro dall'8 settembre 1943 all'immediata adesione alla Resistenza, fino alla liberazione. Una corsa sfrenata e tumultuosa, rischiando ad ogni passo la vita, senza nessun calcolo e con prove d'audacia oltre l'immaginabile.

Ed infine, come vi avevo anticipato, qualcuno sulla politica:

Casa per casa, strada per strada. La passione, il coraggio, le idee.
di Enrico Berlinguer, a cura di Pierpaolo Farina. Ed. Melampo. 
Sono passati trent'anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer, eppure il suo esempio e la sua tensione ideale e morale restano. Com'è possibile che in un mondo completamente diverso la sua figura e le sue idee continuino a essere dibattute? Perché il segretario del partito contro cui si sono erette alleanze granitiche e si sono scavate trincee politiche conserva intatto il fascino che sprigionava da vivo? In questo libro sono raccolte e sistematizzate le idee del leader comunista attraverso interviste, discorsi e scritti. Dalla questione morale all'austerità, dal compromesso storico allo strappo con Mosca, dalla questione giovanile a quella femminile, le parole protagoniste della vicenda politica di Berlinguer finiscono col disegnare quello che Indro Montanelli, uno dei suoi più grandi avversari in vita, definì "un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese". In una nazione che sta progressivamente perdendo punti di riferimento e in cui la politica si è fatta barbara e senza respiro, le idee di Enrico Berlinguer mostrano ancora l'anima e la forza di un progetto di società diversa. Prefazione di Eugenio Scalfari. 

Volevo la luna.
di Pietro Ingrao. Ed. Einaudi.
"Queste memorie sono in qualche modo la ricostruzione di una vicenda personale e sociale nelle insanguinate vicende del mio tempo. Ma - anche per il memorialista - non è proprio certo che le cose siano andate così, e con tale "ordine" sotteso. L'accaduto forse diverrà più sicuro, quando saranno appurati nessi ed eventi che a tutt'oggi, almeno per chi scrive, risultano ambigui o ancora nel farsi, o ancora troppo personali e segreti. Quell'evento fu cosi, come sta aggrappato nella mia dolce, dolorosa memoria? O si è consumata la chiave, ammesso che ci sia in campo una chiave, sia pure per una raccolta di frammenti? Essendo incerta la lingua, come si dà e si legittima la memoria? E perché temiamo tanto che la memoria si perda? E la vanità di stare ancora e per sempre sulla scena o un tentativo di salvezza? O forse è la memoria di una soggezione ad altri, tale che non può reggere il silenzio."

Un fraterno saluto. 

giovedì 15 ottobre 2015

A 28 anni da quel giorno in cui uccisero la felicità.

di Andrea Panarotto.

Thomas Isidore Noel Sankara è uno di quei personaggi di cui pochi oggi conoscono l’esistenza. 
Anche io sono venuto a conoscenza della sua storia non più di 5 anni fa. 
Definirlo semplicemente un rivoluzionario è forse riduttivo, poiché la sua rivoluzione fu priva della furia sanguinaria che spesso accompagnò eventi del genere nel continente africano; più corretto sarebbe definirlo un patriota, il quale, al di là della forte connotazione ideologica che caratterizzò gli anni del suo governo, seppe mantenere come obiettivi imprescindibili il progresso e l’indipendenza dello stato e dei suoi abitanti rispetto agli interessi neocolonialisti delle potenze occidentali e alla sfrenata corruzione della classe politica africana.
Questo giovane capitano, di formazione marxista, ha messo sul tavolo del dibattito politico termini quali "sviluppo", "giustizia sociale", "autodeterminazione" affiancandoli a un ventaglio di soluzioni determinanti per iniziare il processo di emancipazione che aveva in mente per il suo popolo: vaccinazioni, scuole, pozzi. L'analfabetismo, la mortalità infantile, la dipendenza economica ed alimentare, il debito nazionale, il disarmo, il ruolo della donna, nei suoi discorsi, hanno smesso di essere argomenti di propaganda svuotati di senso per diventare i cardini stessi della sua azione politica. Un'azione dove la popolazione era resa partecipe del cambiamento attraverso un coinvolgimento attivo.
"Finora abbiamo porto l'altra guancia, gli schiaffi sono stati raddoppiati. Ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi. La nostra rivoluzione in Burkina Faso abbraccia le sfortune di tutti i popoli; vuole ispirarsi alla totalità delle esperienze umane dall'inizio del mondo. Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo e di tutte le lotte di liberazione dei popoli del terzo mondo" T.Sankara
La sua breve esperienza alla guida dell’Alto Volta, stato dell’Africa occidentale da lui ribattezzato Burkina Faso, "la terra degli uomini integri", rappresentò una speranza per molti africani, i quali intravidero nel giovane statista non solo un leader carismatico vicino al popolo, ma anche un uomo pragmatico, capace di tradurre aspettative comuni e richieste di giustizia in realtà concrete.
Questo suo impegno, che lo portò a divenire anche un precursore di istanze terzomondiste quali la cancellazione del debito, gli valse soprannomi quali “il Che Guevara africano”, o “il presidente ribelle”.
"Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l'Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c'entravamo niente con questo debito." T.Sankara
Il 29 luglio 1987 durante i lavori della Conferenza dei membri dell'organizzazione per l'unità africana (OUA) denuncia l'intollerabilità del debito post-coloniale, auspicandone la cancellazione.
Un atto troppo sovversivo per essere tollerato dalle potenze occidentali. Francia e Stati Uniti arruolano il più modesto Blaise Compaorè, suo vecchio compagno duranti gli anni della rivoluzione poi divenuto presidente del Burkina Faso, per eseguire  la sua condanna a morte.
Oggi è il ventottesimo anniversario dalla sua scomparsa, Sankara venne ucciso in un agguato. Con lui morirono altre 12 persone, tra guardie e funzionari.
La notte stessa il suo corpo viene sepolto senza onori al cimitero di Dagnoen. Ankara viene dichiarato morto per cause naturali.
La sua memoria e il suo ricordo, oggi, rimane vivo in Africa. "S'ils me tuent, milliers de nouveaux Sankara naitront" diceva e non si è sbagliato nemmeno in questo. I Balai Citoyen, la nuova generazione cresciuta in questi 28 anni in Burkina, non hanno più paura, stanno ricominciando a denunciare e spazzare via i creatori di miseria.

Voglio concludere questa riflessione con un pezzo meraviglioso di Sergio Nazzaro, anche oggi molto attuale, intitolato: 

Thomas Sankara (in vecchiaia)
Sono  morto, non troppi anni fa. Come altri capi di Stato africani mi hanno ucciso. Solita storia. Però, però sarei voluto invecchiare anche io. Essere vecchio, anziano, oggi, forse saggio. Affacciarmi da casa osservare il mondo fuori dalla finestra o dentro allo schermo della televisione e poter dire: "ve lo avevo detto io". Con amarezza, senza stupore, sapere prima non sempre evita il dolore. 
Ma cerchiamo di mettere un poco di ordine, anche se spesso è meglio diffidare di chi vuole mettere ordine. Sono Thomas Sankara, mi chiamavano il Che Guevara dell'Africa, senza merchandising. Con la mia faccia non hanno fatto magliette, spille e bandiere da sventolare.
Non che volessi la mia faccia dovunque, anzi, ma è innegabile che le idee vadano diffuse su carta o su maglietta. Ma anche questa è Africa: sempre meno affascinante di una spiaggia cubana. I miei meriti non sono importanti, le idee sì. Non accettare l'ineluttabilità della povertà, la certezza del debito, in fin dei conti la morte. Già, parole mie. Potrei ribadirlo a tutti voi oggi: il debito uccide. Sentire addosso la pressione di un'aria pesante, invisibile, ma che non fa respirare. Il trascorrere del tempo ha solo unito i diversi colori della pelle. Banalmente rimane solo la distinzione tra chi soffre e chi non si preoccupa del domani, perché possiede anche il benessere di chi soffre. Sarei anziano abbastanza da comprendere che sì, ci deve essere speranza, ma non bisogna farsi troppe illusioni.
Dopotutto da quando sono morto, si continua a parlare di pozzi e di scuole da costruire in Africa, come se fosse una storia senza fine, uno spot televisivo che si inserisce di tanto in tanto tra un gioco a premi e un disastro naturale.
Debito, parola magica. Dovremmo avere debiti cono noi stessi, con i nostri amici, con le persone cui vogliamo bene, debito verso la comunità, migliorarla. Debiti verso la nostra vita, da saldare sorridendo.
Invece il debito del denaro, del dover avere, come una piaga si espande lì, oltre il mare dei morti migranti, nelle case di chi si riteneva al riparo prima da muri e poi da mari invalicabili: è come morire dissanguato e la tua cura è solo un litro di sangue che ti deve bastare e poi lo devi anche rendere.
Quando mi hanno ucciso ne avevamo fatte di cose: sanità, cultura, e scusatemi se esagero, abbiamo diffuso felicità. 
Già, l'esatto contrario di ciò ch produce il morbo del debito. Aria che stringe la gola. Non ci sono mani che stringono, solo conti bancari vuoti. La misura tra vita e disperazione. Infelicità. Poi immaginate a non avere neanche un cesso dove smaltire la depressione, nascosti agli occhi degli altri. Anche questa è Africa, Terzo Mondo, o, più semplicemente, maggioranza di questo mondo?
Ciò che agita ancora il mio sonno è una domanda: perché si deve morire se si vuole il bene comune di tutti? Eppure forze e interessi preminenti economicamente impongono la proprio forza. C'è sempre qualcuno che viene a casa tua a prendere la tua terra, a darti un lavoro, forse un reddito, non certo la felicità.
E come finisce questa storia? già, pensavate che tutto si sarebbe risolto pagando a rate, solo che erano le vostre vite a rate, non le carte, con quelle avete smagnetizzato il domani e la speranza. Molti di voi si vorrebbero buttare in un pozzo africano, di quelli mai costruiti.
Potevate ascoltare. Invece no. Quello è africano, è un rivoluzionario, sì, ha fatto tante belle cose, ma a casa sua. Oggi, invece, siamo tutti a casa del debito. Non è una bella sensazione, lo so per esperienza. Non è una bella sensazione quando muoiono i più deboli, certo, quelli delle pubblicità tra un film e un altro, il bambino denutrito o la donna malata. Ma vi assicuro che non lo è nemmeno quando a morire sono i i più forti, i più decisi, i più coraggiosi, e lo fanno lentamente, spegnendosi. 
Mi dite che è facile per me, tanto sono già morto? Sì, avete ragione, forse. Ma comunque non rinuncerei a morire di nuovo, perché c'è un solo debito a cui tengo, quello che devo a me stesso, alla mia dignità.


Documentario suggerito:
Sankara: "..e quel giorno uccisero la felicità" di Silvestro Montanaro, da "C'era una volta" Rai3

mercoledì 14 ottobre 2015

I 43 studenti di Ayotzinapa.

di Andrea Panarotto.

  Una foto della scuola normale di Ayotzinapa, dove le immagini di 
Ernesto Guevara adornano le pareti.

Non molto tempo fa ho avuto la fortuna di partecipare al festival del settimanale Internazionale per le meravigliose vie di Ferrara, una città incantevole, come molte sue sorelle in Emilia-Romagna.
Durante lo svolgimento del festival, passando da un chiosco ad una piazza e da un cinema ad una facoltà, ho potuto assistere a vari dibattiti oltre che a proiezioni di film e documentari. Nella difficoltosa scelta, causa la sovrapposizione di molti incontri, ho voluto partecipare alla presentazione del libro "Ni vivos in muertos: la sparizione forzata in Messico come strategia del terrore." di Federico Mastrogiovanni, giornalista che vive attualmente in Messico.
Avevo letto qualcosa riguardo questo orrendo avvenimento ormai datato 26/27 settembre 2014, sia su Internazionale, che su qualche pagina online. Come sempre i media nazionali tendono a dare poca importanza a notizie del genere, seguendo questo incontro però sono riuscito a capire di più da una persona che ci vive, di fatto, in quei luoghi.
Andiamo per punti: 
Cosa è successo la notte tra il 26 ed il 27 settembre ad Ayotzinapa? 
Il 26 settembre 2014 un centinaio di alunni della scuola normale rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa (un istituto di istruzione superiore fondato nel 1926 con lo scopo di preparare futuri insegnanti che provvederanno poi ad alfabetizzare le comunità contadine e più povere del Guerrero, stato sud-occidentale del Messico) lasciano la loro scuola dirigendosi verso Città del Messico, dove il 2 ottobre si svolgerà una manifestazione in memoria del massacro di Tlatelolco (ovvero l’uccisione di quasi 300 studenti da parte dell’esercito e polizia messicana nel 1968). 
Poco dopo le 21, al calare del buio, raggiunto parzialmente il loro scopo, i ragazzi ritornano ad Ayotzinapa a bordo di alcuni pullman passando per il centro di Iguana (una cittadina il cui nome in lingua náhuatl significa, ironia della sorte, “dove la notte è serena”). I pullman vengono accerchiati improvvisamente e bloccati dalle volanti della polizia locale. Ne scendono gli agenti, iniziando a sparare indiscriminatamente verso gli studenti, disarmati. Tre di loro vengono uccisi, a uno viene anche scuoiata la faccia e cavati gli occhi. Una pallottola raggiunge il cranio di un altro ragazzo, che entra in coma. Qualcuno di loro riesce a fuggire, ma quelli che non ce la fanno vengono fermati e caricati sulle vetture d’ordinanza della polizia. 
Il 26 settembre 2014 ad Iguala si conclude nel sangue: tre morti, oltre quaranta feriti, un’ottantina di persone minacciate e quarantatré studenti dispersi. Tuttora, dopo un anno da questi avvenimenti.
Perché ho sottolineato che erano alunni di una scuola normale rurale?
Le scuole normali rurali hanno una storia lunga e fanno parte della tradizione di lotta post rivoluzione del 1910 nel Messico. Da sempre sono luoghi di formazione alternativi, luoghi di formazione che permettono al mondo rurale e indigeno messicano di non perdere la loro storia. Per questo le scuole normali rurali sono da sempre oggetto degli attacchi del governo. Basti pensare che dopo il massacro a Città del Messico del 1968 (a cui ho fatto riferimento prima) molte di queste scuole verranno fatte chiudere.
Perchè è successo?
È importante ricordare che quello di Ayotzinapa non è un caso isolato: lo stato di Guerrero è uno dei molti stati messicani in cui il crimine organizzato è in guerra per il territorio. Il governo di Iguala, inoltre, non è il solo apparato burocratico messicano paralizzato dalla corruzione. Neanche la brutalità della polizia non è nulla di nuovo. Assassini, sparizioni, tortura, queste sono armi che in tutto il Messico la legge ha adoperato contro i manifestanti pacifici. Ayotzinapa richiama alla mente altri casi simili dove la polizia corrotta alleata dei narcos è riuscita a criminalizzare le proteste sociali.
Resta un’altra domanda da porsi: 
Qual è il perché di tutto questo? Perché far sparire nel nulla degli studenti che, per quanto tenaci nelle loro contestazioni, restano dei poveri figli di contadini?
Io credo, facendo riferimento al libro già citato “Ni vivos ni muertos”, che i fatti di quella notte siano elementi di un puzzle molto più complesso di una strategia del terrore portata avanti dalle autorità statali. Eliminare chi va contro e chi difende il bene pubblico, terrorizzare chi rimane, scoraggiare la popolazione ad opporsi ai mega-progetti di sfruttamento ambientale, sempre più spesso affidati ad imprese private (Il Guerrero è, tra l’altro, ricco di giacimenti di oro) sono le soluzioni brutali che vengono messe in atto.
Ma c’è ancora tanto da capire e da scoprire. Quel che è certo è che il “caso Iguala” non rimane circoscritto affatto al mondo della polizia e dei narcos, ma ingloba lo stato messicano in tutte le sue articolazioni.

Propongo, infine, la visione di questo documentario che tratta l'argomento delle sparizioni forzate in Messico negli ultimi anni. Prodotto da Luis Ramirez Guzman e Federico Mastrogiovanni è l'insieme dei risultati ed interviste di una loro complessa ricerca. In lingua originale con sottotitoli in inglese.


martedì 13 ottobre 2015

La sinistra e la questione morale.

di Primula Rossa.



In un'intervista che gli fece E.Scalfari su Repubblica il 28.07.1981, E.Berlinguer disse: "I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente,idee,ideali,programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile zero." 
Partendo da questa significativa descrizione di com'era la società italiana agli inizi degli anni ottanta, viene spontaneo chiedersi se ai nostri giorni la situazione politica non sia peggiorata. Ebbene, la risposta non può essere che affermativa. Si aggiungano inoltre i problemi dell'elevata disoccupazione giovanile e una sempre più marcata disaffezione alla vita politica da parte di larghi strati di popolazione che non si sentono più rappresentati da alcun partito. Cosa può fare la sinistra in questo stato di cose? La risposta non è semplice, ma una cosa è certa, che deve capire in primis la sua classe dirigente: ritrovare un'unità che da tempo viene sbandierata soltanto a parole. Deve ripartire dal basso, dalla gente comune, dalle battaglie civili e democratiche, patrimoni di un passato non poi così lontano. Ci sono una Costituzione da difendere e far applicare, uno stato sociale sempre più precario, l'attacco continuo ai diritti dei lavoratori, una legge elettorale che non garantisce la rappresentatività in parlamento. Non sono questioni antiche da rottamare, come vorrebbero "i paladini della modernità". Pena la sua sconfitta, la sinistra deve riuscire a rialzare la testa e lanciare una proposta politica forte sia per il presente che per il futuro.