mercoledì 14 ottobre 2015

I 43 studenti di Ayotzinapa.

di Andrea Panarotto.

  Una foto della scuola normale di Ayotzinapa, dove le immagini di 
Ernesto Guevara adornano le pareti.

Non molto tempo fa ho avuto la fortuna di partecipare al festival del settimanale Internazionale per le meravigliose vie di Ferrara, una città incantevole, come molte sue sorelle in Emilia-Romagna.
Durante lo svolgimento del festival, passando da un chiosco ad una piazza e da un cinema ad una facoltà, ho potuto assistere a vari dibattiti oltre che a proiezioni di film e documentari. Nella difficoltosa scelta, causa la sovrapposizione di molti incontri, ho voluto partecipare alla presentazione del libro "Ni vivos in muertos: la sparizione forzata in Messico come strategia del terrore." di Federico Mastrogiovanni, giornalista che vive attualmente in Messico.
Avevo letto qualcosa riguardo questo orrendo avvenimento ormai datato 26/27 settembre 2014, sia su Internazionale, che su qualche pagina online. Come sempre i media nazionali tendono a dare poca importanza a notizie del genere, seguendo questo incontro però sono riuscito a capire di più da una persona che ci vive, di fatto, in quei luoghi.
Andiamo per punti: 
Cosa è successo la notte tra il 26 ed il 27 settembre ad Ayotzinapa? 
Il 26 settembre 2014 un centinaio di alunni della scuola normale rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa (un istituto di istruzione superiore fondato nel 1926 con lo scopo di preparare futuri insegnanti che provvederanno poi ad alfabetizzare le comunità contadine e più povere del Guerrero, stato sud-occidentale del Messico) lasciano la loro scuola dirigendosi verso Città del Messico, dove il 2 ottobre si svolgerà una manifestazione in memoria del massacro di Tlatelolco (ovvero l’uccisione di quasi 300 studenti da parte dell’esercito e polizia messicana nel 1968). 
Poco dopo le 21, al calare del buio, raggiunto parzialmente il loro scopo, i ragazzi ritornano ad Ayotzinapa a bordo di alcuni pullman passando per il centro di Iguana (una cittadina il cui nome in lingua náhuatl significa, ironia della sorte, “dove la notte è serena”). I pullman vengono accerchiati improvvisamente e bloccati dalle volanti della polizia locale. Ne scendono gli agenti, iniziando a sparare indiscriminatamente verso gli studenti, disarmati. Tre di loro vengono uccisi, a uno viene anche scuoiata la faccia e cavati gli occhi. Una pallottola raggiunge il cranio di un altro ragazzo, che entra in coma. Qualcuno di loro riesce a fuggire, ma quelli che non ce la fanno vengono fermati e caricati sulle vetture d’ordinanza della polizia. 
Il 26 settembre 2014 ad Iguala si conclude nel sangue: tre morti, oltre quaranta feriti, un’ottantina di persone minacciate e quarantatré studenti dispersi. Tuttora, dopo un anno da questi avvenimenti.
Perché ho sottolineato che erano alunni di una scuola normale rurale?
Le scuole normali rurali hanno una storia lunga e fanno parte della tradizione di lotta post rivoluzione del 1910 nel Messico. Da sempre sono luoghi di formazione alternativi, luoghi di formazione che permettono al mondo rurale e indigeno messicano di non perdere la loro storia. Per questo le scuole normali rurali sono da sempre oggetto degli attacchi del governo. Basti pensare che dopo il massacro a Città del Messico del 1968 (a cui ho fatto riferimento prima) molte di queste scuole verranno fatte chiudere.
Perchè è successo?
È importante ricordare che quello di Ayotzinapa non è un caso isolato: lo stato di Guerrero è uno dei molti stati messicani in cui il crimine organizzato è in guerra per il territorio. Il governo di Iguala, inoltre, non è il solo apparato burocratico messicano paralizzato dalla corruzione. Neanche la brutalità della polizia non è nulla di nuovo. Assassini, sparizioni, tortura, queste sono armi che in tutto il Messico la legge ha adoperato contro i manifestanti pacifici. Ayotzinapa richiama alla mente altri casi simili dove la polizia corrotta alleata dei narcos è riuscita a criminalizzare le proteste sociali.
Resta un’altra domanda da porsi: 
Qual è il perché di tutto questo? Perché far sparire nel nulla degli studenti che, per quanto tenaci nelle loro contestazioni, restano dei poveri figli di contadini?
Io credo, facendo riferimento al libro già citato “Ni vivos ni muertos”, che i fatti di quella notte siano elementi di un puzzle molto più complesso di una strategia del terrore portata avanti dalle autorità statali. Eliminare chi va contro e chi difende il bene pubblico, terrorizzare chi rimane, scoraggiare la popolazione ad opporsi ai mega-progetti di sfruttamento ambientale, sempre più spesso affidati ad imprese private (Il Guerrero è, tra l’altro, ricco di giacimenti di oro) sono le soluzioni brutali che vengono messe in atto.
Ma c’è ancora tanto da capire e da scoprire. Quel che è certo è che il “caso Iguala” non rimane circoscritto affatto al mondo della polizia e dei narcos, ma ingloba lo stato messicano in tutte le sue articolazioni.

Propongo, infine, la visione di questo documentario che tratta l'argomento delle sparizioni forzate in Messico negli ultimi anni. Prodotto da Luis Ramirez Guzman e Federico Mastrogiovanni è l'insieme dei risultati ed interviste di una loro complessa ricerca. In lingua originale con sottotitoli in inglese.


1 commento:

  1. Differenti strategie del terrore, primitive nei paesi latino-americani, raffinate in occidente. Si creano mostri a ripetizione (l'ultimo si chiama ISIS ad esempio) che si vorrebbe occupassero la nostra mente dimenticandoci dello scempio che chi regge le sorti sta compiendo (ad esempio TTIP, pseudo-comunità europea, corrutela continuata ed aggravata, variazioni costituzionali ad hoc, scomparsa dei popoli e della loro sovranità, FMI lagardiano, ONU unidirezionale...).
    Chissà quante storie come quella di Ayotzinapa ci saranno, ricordiamole tutte.
    brancolonelbuio

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