giovedì 15 ottobre 2015

A 28 anni da quel giorno in cui uccisero la felicità.

di Andrea Panarotto.

Thomas Isidore Noel Sankara è uno di quei personaggi di cui pochi oggi conoscono l’esistenza. 
Anche io sono venuto a conoscenza della sua storia non più di 5 anni fa. 
Definirlo semplicemente un rivoluzionario è forse riduttivo, poiché la sua rivoluzione fu priva della furia sanguinaria che spesso accompagnò eventi del genere nel continente africano; più corretto sarebbe definirlo un patriota, il quale, al di là della forte connotazione ideologica che caratterizzò gli anni del suo governo, seppe mantenere come obiettivi imprescindibili il progresso e l’indipendenza dello stato e dei suoi abitanti rispetto agli interessi neocolonialisti delle potenze occidentali e alla sfrenata corruzione della classe politica africana.
Questo giovane capitano, di formazione marxista, ha messo sul tavolo del dibattito politico termini quali "sviluppo", "giustizia sociale", "autodeterminazione" affiancandoli a un ventaglio di soluzioni determinanti per iniziare il processo di emancipazione che aveva in mente per il suo popolo: vaccinazioni, scuole, pozzi. L'analfabetismo, la mortalità infantile, la dipendenza economica ed alimentare, il debito nazionale, il disarmo, il ruolo della donna, nei suoi discorsi, hanno smesso di essere argomenti di propaganda svuotati di senso per diventare i cardini stessi della sua azione politica. Un'azione dove la popolazione era resa partecipe del cambiamento attraverso un coinvolgimento attivo.
"Finora abbiamo porto l'altra guancia, gli schiaffi sono stati raddoppiati. Ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi. La nostra rivoluzione in Burkina Faso abbraccia le sfortune di tutti i popoli; vuole ispirarsi alla totalità delle esperienze umane dall'inizio del mondo. Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo e di tutte le lotte di liberazione dei popoli del terzo mondo" T.Sankara
La sua breve esperienza alla guida dell’Alto Volta, stato dell’Africa occidentale da lui ribattezzato Burkina Faso, "la terra degli uomini integri", rappresentò una speranza per molti africani, i quali intravidero nel giovane statista non solo un leader carismatico vicino al popolo, ma anche un uomo pragmatico, capace di tradurre aspettative comuni e richieste di giustizia in realtà concrete.
Questo suo impegno, che lo portò a divenire anche un precursore di istanze terzomondiste quali la cancellazione del debito, gli valse soprannomi quali “il Che Guevara africano”, o “il presidente ribelle”.
"Quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato. Sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. Sono i colonizzatori che indebitavano l'Africa con i finanziatori internazionali che erano i loro fratelli e cugini. Noi non c'entravamo niente con questo debito." T.Sankara
Il 29 luglio 1987 durante i lavori della Conferenza dei membri dell'organizzazione per l'unità africana (OUA) denuncia l'intollerabilità del debito post-coloniale, auspicandone la cancellazione.
Un atto troppo sovversivo per essere tollerato dalle potenze occidentali. Francia e Stati Uniti arruolano il più modesto Blaise Compaorè, suo vecchio compagno duranti gli anni della rivoluzione poi divenuto presidente del Burkina Faso, per eseguire  la sua condanna a morte.
Oggi è il ventottesimo anniversario dalla sua scomparsa, Sankara venne ucciso in un agguato. Con lui morirono altre 12 persone, tra guardie e funzionari.
La notte stessa il suo corpo viene sepolto senza onori al cimitero di Dagnoen. Ankara viene dichiarato morto per cause naturali.
La sua memoria e il suo ricordo, oggi, rimane vivo in Africa. "S'ils me tuent, milliers de nouveaux Sankara naitront" diceva e non si è sbagliato nemmeno in questo. I Balai Citoyen, la nuova generazione cresciuta in questi 28 anni in Burkina, non hanno più paura, stanno ricominciando a denunciare e spazzare via i creatori di miseria.

Voglio concludere questa riflessione con un pezzo meraviglioso di Sergio Nazzaro, anche oggi molto attuale, intitolato: 

Thomas Sankara (in vecchiaia)
Sono  morto, non troppi anni fa. Come altri capi di Stato africani mi hanno ucciso. Solita storia. Però, però sarei voluto invecchiare anche io. Essere vecchio, anziano, oggi, forse saggio. Affacciarmi da casa osservare il mondo fuori dalla finestra o dentro allo schermo della televisione e poter dire: "ve lo avevo detto io". Con amarezza, senza stupore, sapere prima non sempre evita il dolore. 
Ma cerchiamo di mettere un poco di ordine, anche se spesso è meglio diffidare di chi vuole mettere ordine. Sono Thomas Sankara, mi chiamavano il Che Guevara dell'Africa, senza merchandising. Con la mia faccia non hanno fatto magliette, spille e bandiere da sventolare.
Non che volessi la mia faccia dovunque, anzi, ma è innegabile che le idee vadano diffuse su carta o su maglietta. Ma anche questa è Africa: sempre meno affascinante di una spiaggia cubana. I miei meriti non sono importanti, le idee sì. Non accettare l'ineluttabilità della povertà, la certezza del debito, in fin dei conti la morte. Già, parole mie. Potrei ribadirlo a tutti voi oggi: il debito uccide. Sentire addosso la pressione di un'aria pesante, invisibile, ma che non fa respirare. Il trascorrere del tempo ha solo unito i diversi colori della pelle. Banalmente rimane solo la distinzione tra chi soffre e chi non si preoccupa del domani, perché possiede anche il benessere di chi soffre. Sarei anziano abbastanza da comprendere che sì, ci deve essere speranza, ma non bisogna farsi troppe illusioni.
Dopotutto da quando sono morto, si continua a parlare di pozzi e di scuole da costruire in Africa, come se fosse una storia senza fine, uno spot televisivo che si inserisce di tanto in tanto tra un gioco a premi e un disastro naturale.
Debito, parola magica. Dovremmo avere debiti cono noi stessi, con i nostri amici, con le persone cui vogliamo bene, debito verso la comunità, migliorarla. Debiti verso la nostra vita, da saldare sorridendo.
Invece il debito del denaro, del dover avere, come una piaga si espande lì, oltre il mare dei morti migranti, nelle case di chi si riteneva al riparo prima da muri e poi da mari invalicabili: è come morire dissanguato e la tua cura è solo un litro di sangue che ti deve bastare e poi lo devi anche rendere.
Quando mi hanno ucciso ne avevamo fatte di cose: sanità, cultura, e scusatemi se esagero, abbiamo diffuso felicità. 
Già, l'esatto contrario di ciò ch produce il morbo del debito. Aria che stringe la gola. Non ci sono mani che stringono, solo conti bancari vuoti. La misura tra vita e disperazione. Infelicità. Poi immaginate a non avere neanche un cesso dove smaltire la depressione, nascosti agli occhi degli altri. Anche questa è Africa, Terzo Mondo, o, più semplicemente, maggioranza di questo mondo?
Ciò che agita ancora il mio sonno è una domanda: perché si deve morire se si vuole il bene comune di tutti? Eppure forze e interessi preminenti economicamente impongono la proprio forza. C'è sempre qualcuno che viene a casa tua a prendere la tua terra, a darti un lavoro, forse un reddito, non certo la felicità.
E come finisce questa storia? già, pensavate che tutto si sarebbe risolto pagando a rate, solo che erano le vostre vite a rate, non le carte, con quelle avete smagnetizzato il domani e la speranza. Molti di voi si vorrebbero buttare in un pozzo africano, di quelli mai costruiti.
Potevate ascoltare. Invece no. Quello è africano, è un rivoluzionario, sì, ha fatto tante belle cose, ma a casa sua. Oggi, invece, siamo tutti a casa del debito. Non è una bella sensazione, lo so per esperienza. Non è una bella sensazione quando muoiono i più deboli, certo, quelli delle pubblicità tra un film e un altro, il bambino denutrito o la donna malata. Ma vi assicuro che non lo è nemmeno quando a morire sono i i più forti, i più decisi, i più coraggiosi, e lo fanno lentamente, spegnendosi. 
Mi dite che è facile per me, tanto sono già morto? Sì, avete ragione, forse. Ma comunque non rinuncerei a morire di nuovo, perché c'è un solo debito a cui tengo, quello che devo a me stesso, alla mia dignità.


Documentario suggerito:
Sankara: "..e quel giorno uccisero la felicità" di Silvestro Montanaro, da "C'era una volta" Rai3

mercoledì 14 ottobre 2015

I 43 studenti di Ayotzinapa.

di Andrea Panarotto.

  Una foto della scuola normale di Ayotzinapa, dove le immagini di 
Ernesto Guevara adornano le pareti.

Non molto tempo fa ho avuto la fortuna di partecipare al festival del settimanale Internazionale per le meravigliose vie di Ferrara, una città incantevole, come molte sue sorelle in Emilia-Romagna.
Durante lo svolgimento del festival, passando da un chiosco ad una piazza e da un cinema ad una facoltà, ho potuto assistere a vari dibattiti oltre che a proiezioni di film e documentari. Nella difficoltosa scelta, causa la sovrapposizione di molti incontri, ho voluto partecipare alla presentazione del libro "Ni vivos in muertos: la sparizione forzata in Messico come strategia del terrore." di Federico Mastrogiovanni, giornalista che vive attualmente in Messico.
Avevo letto qualcosa riguardo questo orrendo avvenimento ormai datato 26/27 settembre 2014, sia su Internazionale, che su qualche pagina online. Come sempre i media nazionali tendono a dare poca importanza a notizie del genere, seguendo questo incontro però sono riuscito a capire di più da una persona che ci vive, di fatto, in quei luoghi.
Andiamo per punti: 
Cosa è successo la notte tra il 26 ed il 27 settembre ad Ayotzinapa? 
Il 26 settembre 2014 un centinaio di alunni della scuola normale rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa (un istituto di istruzione superiore fondato nel 1926 con lo scopo di preparare futuri insegnanti che provvederanno poi ad alfabetizzare le comunità contadine e più povere del Guerrero, stato sud-occidentale del Messico) lasciano la loro scuola dirigendosi verso Città del Messico, dove il 2 ottobre si svolgerà una manifestazione in memoria del massacro di Tlatelolco (ovvero l’uccisione di quasi 300 studenti da parte dell’esercito e polizia messicana nel 1968). 
Poco dopo le 21, al calare del buio, raggiunto parzialmente il loro scopo, i ragazzi ritornano ad Ayotzinapa a bordo di alcuni pullman passando per il centro di Iguana (una cittadina il cui nome in lingua náhuatl significa, ironia della sorte, “dove la notte è serena”). I pullman vengono accerchiati improvvisamente e bloccati dalle volanti della polizia locale. Ne scendono gli agenti, iniziando a sparare indiscriminatamente verso gli studenti, disarmati. Tre di loro vengono uccisi, a uno viene anche scuoiata la faccia e cavati gli occhi. Una pallottola raggiunge il cranio di un altro ragazzo, che entra in coma. Qualcuno di loro riesce a fuggire, ma quelli che non ce la fanno vengono fermati e caricati sulle vetture d’ordinanza della polizia. 
Il 26 settembre 2014 ad Iguala si conclude nel sangue: tre morti, oltre quaranta feriti, un’ottantina di persone minacciate e quarantatré studenti dispersi. Tuttora, dopo un anno da questi avvenimenti.
Perché ho sottolineato che erano alunni di una scuola normale rurale?
Le scuole normali rurali hanno una storia lunga e fanno parte della tradizione di lotta post rivoluzione del 1910 nel Messico. Da sempre sono luoghi di formazione alternativi, luoghi di formazione che permettono al mondo rurale e indigeno messicano di non perdere la loro storia. Per questo le scuole normali rurali sono da sempre oggetto degli attacchi del governo. Basti pensare che dopo il massacro a Città del Messico del 1968 (a cui ho fatto riferimento prima) molte di queste scuole verranno fatte chiudere.
Perchè è successo?
È importante ricordare che quello di Ayotzinapa non è un caso isolato: lo stato di Guerrero è uno dei molti stati messicani in cui il crimine organizzato è in guerra per il territorio. Il governo di Iguala, inoltre, non è il solo apparato burocratico messicano paralizzato dalla corruzione. Neanche la brutalità della polizia non è nulla di nuovo. Assassini, sparizioni, tortura, queste sono armi che in tutto il Messico la legge ha adoperato contro i manifestanti pacifici. Ayotzinapa richiama alla mente altri casi simili dove la polizia corrotta alleata dei narcos è riuscita a criminalizzare le proteste sociali.
Resta un’altra domanda da porsi: 
Qual è il perché di tutto questo? Perché far sparire nel nulla degli studenti che, per quanto tenaci nelle loro contestazioni, restano dei poveri figli di contadini?
Io credo, facendo riferimento al libro già citato “Ni vivos ni muertos”, che i fatti di quella notte siano elementi di un puzzle molto più complesso di una strategia del terrore portata avanti dalle autorità statali. Eliminare chi va contro e chi difende il bene pubblico, terrorizzare chi rimane, scoraggiare la popolazione ad opporsi ai mega-progetti di sfruttamento ambientale, sempre più spesso affidati ad imprese private (Il Guerrero è, tra l’altro, ricco di giacimenti di oro) sono le soluzioni brutali che vengono messe in atto.
Ma c’è ancora tanto da capire e da scoprire. Quel che è certo è che il “caso Iguala” non rimane circoscritto affatto al mondo della polizia e dei narcos, ma ingloba lo stato messicano in tutte le sue articolazioni.

Propongo, infine, la visione di questo documentario che tratta l'argomento delle sparizioni forzate in Messico negli ultimi anni. Prodotto da Luis Ramirez Guzman e Federico Mastrogiovanni è l'insieme dei risultati ed interviste di una loro complessa ricerca. In lingua originale con sottotitoli in inglese.


martedì 13 ottobre 2015

La sinistra e la questione morale.

di Primula Rossa.



In un'intervista che gli fece E.Scalfari su Repubblica il 28.07.1981, E.Berlinguer disse: "I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente,idee,ideali,programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile zero." 
Partendo da questa significativa descrizione di com'era la società italiana agli inizi degli anni ottanta, viene spontaneo chiedersi se ai nostri giorni la situazione politica non sia peggiorata. Ebbene, la risposta non può essere che affermativa. Si aggiungano inoltre i problemi dell'elevata disoccupazione giovanile e una sempre più marcata disaffezione alla vita politica da parte di larghi strati di popolazione che non si sentono più rappresentati da alcun partito. Cosa può fare la sinistra in questo stato di cose? La risposta non è semplice, ma una cosa è certa, che deve capire in primis la sua classe dirigente: ritrovare un'unità che da tempo viene sbandierata soltanto a parole. Deve ripartire dal basso, dalla gente comune, dalle battaglie civili e democratiche, patrimoni di un passato non poi così lontano. Ci sono una Costituzione da difendere e far applicare, uno stato sociale sempre più precario, l'attacco continuo ai diritti dei lavoratori, una legge elettorale che non garantisce la rappresentatività in parlamento. Non sono questioni antiche da rottamare, come vorrebbero "i paladini della modernità". Pena la sua sconfitta, la sinistra deve riuscire a rialzare la testa e lanciare una proposta politica forte sia per il presente che per il futuro.